L’elefante Ahmed in Costa d’Avorio e Kenya: la sua storia

L’immagine maestosa dell’elefante, con le sue grandi orecchie e l’andatura pacifica, risveglia spesso in noi un sentimento di rispetto e fascino. Tuttavia, al di là di questo quadro idilliaco, le storie di Ahmed il keniano e Hamed l’ivoriano ci rivelano realtà più complesse della vita degli elefanti in Africa e le sfide della convivenza con gli esseri umani. Questo articolo si propone di intrecciare le storie di questi due emblematici pachidermi, che simboleggiano entrambi a modo loro la grandezza e le tragedie della loro specie.

Ahmed del Kenya: il “re di Marsabit”

L’ascesa alla celebrità

Ahmed è uno degli elefanti più famosi del Kenya e forse anche dell’Africa. Nato intorno al 1919 nella regione del Monte Marsabit, ha guadagnato la sua fama grazie alla lunghezza impressionante delle sue zanne che quasi raschiavano il terreno. Il suo status eccezionale di “Re di Marsabit” emerse negli anni ’60, quando gli escursionisti lo scoprirono e divenne un fenomeno mediatico, stimolando il fascino del pubblico e l’interesse politico di alto livello.

Protezione presidenziale

Nel 1970, allarmato dai rischi di bracconaggio di Ahmed, l’allora presidente keniano Jomo Kenyatta fece il passo senza precedenti di metterlo sotto continua protezione armata. Questo atto di conservazione ha messo Ahmed sotto i riflettori internazionali e ha elevato il suo status a quello di un’icona nazionale. Grazie a questa protezione, Ahmed morì per cause naturali nel 1974, evitando così il crudele destino che il bracconaggio avrebbe potuto riservargli.

L’eredità di Ahmed

Il “Re di Marsabit” è conservato al Museo Nazionale del Kenya, dove una replica a grandezza naturale eretta davanti al museo ricorda ai visitatori l’importanza della conservazione della natura. Wolfgang Schenk, il tassidermista che lavorò alla sua conservazione, ha assicurato che la sua grandezza rimanga una testimonianza per le generazioni a venire.

Hamed della Costa d’Avorio: simbolo di delicata convivenza

Dall’affetto all’aggressività

A migliaia di chilometri di distanza, un altro elefante ha guadagnato notorietà, anche questo più controverso. Hamed, un elefante della Costa d’Avorio, suscitò per primo la simpatia degli abitanti di Guitri, che lo soprannominarono così. Inizialmente, Hamed era considerato innocuo e giocoso, ma crescendo in territori umanizzati, è diventato sempre più aggressivo e distruttivo.

Conflitti e conseguenze

L’elefante ivoriano ha causato notevoli danni materiali, sconvolgimenti nella vita quotidiana e ha persino sviluppato una predilezione per l’alcol, aggiungendo un livello di complessità alla sua gestione. Sono stati compiuti sforzi per collocarlo in un ambiente appropriato per garantire la sicurezza sia degli animali che delle comunità umane vicine. Nonostante diversi tentativi di tenerlo lontano dalle aree popolate, Hamed ha continuato a fuggire e a tornare, evidenziando le sfide della convivenza e della conservazione della fauna selvatica.

Riflessione sulla conservazione

Le storie di Ahmed e Hamed non sono semplici aneddoti, riflettono temi ampiamente presenti in tutta l’Africa dove uomini ed elefanti devono condividere territori sempre più contesi. Gli elefanti necessitano di ampi spazi per vivere, e la loro presenza nei luoghi antropizzati non è priva di conseguenze. La loro protezione solleva questioni etiche e pratiche per la conservazione della fauna selvatica.

 

Conclusione

Contemplando le storie di Ahmed e Hamed, è chiaro che il viaggio degli elefanti africani è disseminato di sfide e ammirazioni, conflitti e celebrazioni. Queste storie ci ricordano la nostra responsabilità nei confronti di queste maestose creature e la necessità di una convivenza armoniosa tra la fauna selvatica e le comunità umane. Proteggendo individui come Ahmed e cercando soluzioni per gli elefanti come Hamed, stiamo compiendo passi preziosi verso la conservazione globale di questi simboli viventi della natura africana.